sabato 12 maggio 2007

Shozo Shimamoto e il gruppo "Gutai"



Shozo Shimamoto, artista giapponese nato nel 1928, è stato tra i fondatori del gruppo Gutai, una delle avanguardie internazionali nate dopo la seconda guerra mondiale, per compiere una rivoluzione culturale che azzerasse il pensiero classico e portasse alla nascita di un uomo nuovo. Il Gutai nasce nel 1954 sotto la guida di Jiro Yoshihara e si dedica ad un arte legata alla “pittura-azione”, alla performance, all’happening, cioè a quell’arte che sapeva uscire dai canoni della tradizione e del museo per rivolgersi direttamente alla gente con un interventi spesso duri e provocatori. Non a caso il manifesto scritto da Shimamoto per Gutai, datato 1957, si intitolava “Per una messa al bando del pennello”:<< ....quando io iniziai a usare le sostanze coloranti non sapevo molto sui pennelli adoperati durante il Rinascimento; ma sono sempre stato certo che ovunque al mondo il pennello ad altro non sia servito e non serva che a esprimere il colore svuotandolo di forza nella sostanza colorante, cioè ad asservire quest'ultima allo scopo di creare colori di cui la stessa sostanza non sia altro che strumento. In ciò il Giappone ha fornito alcuni dei migliori esempi. Eppure, come una linea priva di spessore non esiste,un colore senza materia non si concretizza. In ogni occasione e luogo la sostanza colorante oppone resistenza al pennello. Chiunque sia l'autore del dipinto, Rembrandt, Pissarro, Van Gogh o altri, si riuscirà sempre a riconoscere chiaramente con cosa esso sia stato fatto. Per quanto l'artista si prodighi a profondere il proprio genio spirituale con il pennello tentando di rimuovere la materialità della colorazione, in ogni tela la sostanza che le da colore rimarrà riconoscibile. Nulla può il pennello contro simile ostilità. Per contro, screpolature ed erosioni, o magari una mutazione di colore sopravvenuta inaspettatamente, ci fanno scoprire la bellezza intrinseca nelle sostanze coloranti ... noi invece oggi non vogliamo più adoperare le qualità dei coloranti (si tratti di oli o smalti) distorcendole. L'ho già detto ; un colore senza materia non esiste. Nel fare un quadro, quindi, rappresentazione di un'immagine naturale o di un'idea poco importa, non resta che conservare quella bellezza della materia che sopravvive talora anche alla prova di forza del pennello. Io credo che la prima cosa da fare sia liberare il colore dal pennello. Se in procinto di creare non si getta via il pennello non c'è speranza di emancipare le tinte. Senza pennello le sostanze coloranti prenderanno vita per la prima volta. Al posto del pennello si potrebbe usare con profitto qualsivoglia strumento. Per iniziare, le nude mani o la spatola da pittura. E poi ci sono oggetti adoperati dai membri del gruppo Gutai: annaffiatoi, ombrelli, vibratori, pallottolieri, pattini, giocattoli. E poi ancora i piedi, le armi da fuoco, o altro. E in tutto ciò potrebbe anche ricomparire il pennello, perché non vi è dubbio che in simili elaborazioni innovatrici qualcosa del passato torna in essere. Ma che sia un qualcosa non più ideato per umiliare e uccidere le qualità della materie coloranti, bensì per renderle ancor più vive”. Quindi Shimamoto si può considerare un vero “pittore concreto” cioè colui che usa il colore nelle sue fondamentali qualità materiche. Inoltre a questa poetica aggiunge la performance. I suoi “quadri” nascono da azioni durante le quali scaglia bottiglie di colore sospeso nel vuoto, roteando attorno all’enorme tela, saltando come un folletto dentro il magma della pittura. E’ in questo l’unico continuatore di un concetto di pittura nato da Jackson Pollock, ma in più l’artista giapponese possiede un’idea di pittura che nasce dal rapporto tra l’artista e il pubblico durante delle azioni pubbliche: l’arte per lui è qualcosa di unico e irripetibile, ogni suo lavoro è diverso perché diverse sono le condizioni in cui è stato realizzato. Shozo Shimamoto tra il 1949 e il 1950 realizza i primi “Ana (Buchi)” e già nel 1955 organizza una mostra sperimentale in cui gli spettatori sono invitati a partecipare fisicamente. Ha esposto per la prima volta in Italia a Torino nel 1961. La sua opera è conosciuta nel mondo con mostre personali o di gruppo. Nel 1993 è stato invitato alla Biennale di Venezia. In accordo con la religione buddista, nel 1995 viene celebrato il suo “funerale in vita”, mentre prosegue instancabile a realizzare performance dagli Stati Uniti all’Europa, unico rappresentante di una stagione artistica legata alla performance e all’incontro interattivo con il pubblico.

3 commenti:

marco ha detto...

Mi piace quando vado alla ricerca di informazioni su artisti e trovo per caso un articolo come questo in cui trovo inaspettatamente spunti per il mio lavoro, e nuova energia per continuare a svilupparlo.
In Accademia non si capisce se chi vi insegna non abbia mai compreso queste cose o le abbia volutamente dimenticate.
marco sala.

roberto ha detto...

Roberto: concordo su quanto detto da Marco, penso che i nostri accademici volutamente ignorano le avanguardie e le sperimentazioni che escono dal quieto vivere sugli allori come si usa nelle nostre accademie...dovrebbero ammettere i loro limiti.

Anonimo ha detto...

Luisa Fontalba; a me sembra una pittura molto emozionante e sensitiva , ma con una grande forza interna io sono d'accordo con esta espresione del gruppo Yoshihara e mi sento dentro in questa forma vera di espresione e autentica che a volta l'accademisismo rompe o limita